Il coraggio degli studenti: «Ci giochiamo il nostro futuro»

 

Book Block Again. Nel giorno della protesta «dell’ipocrisia», quella di un palco «calcato da chi, da Fioroni a Granata, ha contribuito alla distruzione della scuola pubblica» spiegano da La Sapienza in mobilitazione, gli studenti sono tornati in piazza. Lo hanno fatto, come sempre, a modo loro: liberi per la città e irrappresentabili. Nessun tricolore sventolato. Nessuna copia della costituzione in mano. «Abbiamo deciso di attraversare Piazza del Popolo», ci spiega Luca di Uniriot «per parlare alle decine di migliaia di persone giustamente indignate e comunicar loro che libero accesso alla scuola e all’università non può essere difeso da chi ha reintrodotto gli esami di riparazione di stampo fascista (Fioroni, ministro dell’Istruzione nel Governo Prodi bis, ndr) o da chi ha fatto parte dello stesso esecutivo del ministro Gelmini (chiaro il riferimento ai parlamentari di Fli, ndr)». Sono da poco passate le 13.30 quando lo spezzone studentesco si muove dal piazzale antistante da La Sapienza per dirigersi verso Piazza della Repubblica. Al fianco dello striscione di apertura, «Chi oggi la “difende” ieri l’ha distrutta. Giù la maschera!», l’Etica di Spinoza, il Dottor Zivago di Pasternak, il Satyricon di Petronio, Gli Invisibili di Nanni Balestrini. Book block again. «La costituzione vera di questo paese siamo noi», urlano dal camion di apertura gli studenti universitari mentre i medi, al centro del corteo, espongono lo striscione «Per un’istruzione libera, pubblica e laica difendiamo la costituzione» firmandosi Gioventù Attiva. «La piazza “dell’ipocrisia” vuole cancellare, nell’ottica di una pacificazione sociale, un autunno fatto di lotte e di rivolte che hanno visto protagonista un’intera generazione», ci spiega Claudio Riccio della Rete della Conoscenza. Per questo lo spezzone studentesco si attacca in coda, mantenendo almeno venti metri di distanza, al corteo partito da Piazza della Repubblica e diretto a Piazza del Popolo. Obiettivo: coinvolgere la gente nella protesta ma al tempo stesso sottolineare la distanza dalla piattaforma che ha indetto la giornata. Roma è però blindata ad ogni angolo e l’unico tragitto possibile “costringe” gli studenti a entrare a Piazza del Popolo. «Serviva davvero una dichiarazione di Berlusconi per capire che in questo paese di sta dismettendo la scuola pubblica?», chiedono gli studenti dal microfono del camion alla piazza che applaude. «Dov’erano quei politici che stavano intervenendo dal palco mentre noi eravamo in piazza negli scorsi mesi? Dov’erano il 14 dicembre?». Mentre la folla si unisce al coro «il mio futuro è indisponibile» dal corteo ribadiscono che «le nostre esistenze sono fatte di diritti da conquistare, non basta allestire un palco e mobilitare una piazza per un giorno così come per essere tutti uniti non basta un tricolore».Per Eleonora Forenza, responsabile università del Prc «la mobilitazione studentesca di oggi (ieri, ndr) è importante per rimarcare una differenza sostanziale: non basta essere a difesa della costituzione ma bisogna difenderne i contenuti. Sono mesi che gli studenti lo stanno facendo con mobilitazioni diffuse e radicali mentre oggi (ieri, ndr) sul palco di una piazza giustamente indignata è salito chi ha contribuito alla distruzione del diritto alla scuola pubblica». Finito l’attraversamento di Piazza del Popolo tra gli applausi della gente, molti giovani si sono accordati al corteo universitario. La folla ha proseguito in direzione del Lungotevere e ha continuato il proprio cammino, non autorizzato, in direzione Castel Sant’Angelo paralizzando il traffico cittadino. Quindi un’irruzione nello stato del Vaticano attraverso via della Conciliazione per poi rientrare sul Lungotevere all’altezza del Traforo del Gianicolo e dirigersi verso Trastevere. «Il movimento studentesco non può essere rappresentato da una piazza come quella del “12 marzo”: l’unica piazza che sentiamo nostra e che ci rappresenta fino in fondo è quella del 14 dicembre. La piazza del conflitto e non quella dell’ipocrisia».

 

13/03/2011

Daniele Nalbone

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute