NUCLEARE: LA MAPPA DEI POSSIBILI SITI IN ITALIA
Le indiscrezioni finora circolate sui possibili siti destinati ad ospitare le centrali nucleari vedono interessate soprattutto Pianura Padana, Lazio, ma anche Basilicata e Puglia.
Per le quattro centrali previste nel programma italiano di rientro nell’atomo (in realtà ormai in soffitta dopo la moratoria e le norme del decreto Omnibus e forse definitivamente accantonato se al referendum del 12 e 13 dovesse vincere il sì), i luoghi candidati dovranno rispondere a precisi requisiti. Il primo, come insegna il disastro di Fukushima in Giappone, è quello di trovarsi in zone poco sismiche. È necessario però che gli impianti si trovino anche in prossimità di grandi bacini d’acqua di mare o di fiume, ovviamente senza il pericolo di inondazioni e, preferibilmente, lontane da aree densamente popolate.
Fra i nomi che puntualmente ritornano, ci sono quelli già scelti per i precedenti impianti chiusi in seguito al referendum del 1987. In realtà, come spiegano esperti di settore, da una vecchia struttura non è possibile ricavarne una nuova, visto il progredire della tecnologia che ha reso totalmente inutilizzabili le centrali dismesse.
Ricorrono spesso Caorso, nel Piacentino, e Trino Vercellese (Vercelli), entrambi collocati nella Pianura Padana e quindi con basso rischio sismico e alta disponibilità di acqua di fiume. Fra i luoghi più papabili anche Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, che unisce alla scarsa sismicità la presenza dell’acqua di mare. Secondo altri, fra cui i Verdi e Legambiente, il quarto candidato ideale è Termoli, in provincia di Campobasso, mentre in altre circostanze si sono fatti i nomi di Porto Tolle, a Rovigo, Monfalcone (in provincia di Gorizia) Scanzano Jonico (Matera), Palma (Agrigento), Oristano e Chioggia (Venezia).
La localizzazione dei siti per la costruzione delle centrali, così come l’individuazione del deposito per raccogliere le scorie radioattive, la sorveglianza e il monitoraggio competono all’Agenzia per la sicurezza nucleare.
ANSA
03/06/2011
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





