L’Occidente chiude i rubinetti, 20 milioni di africani affamati
La crisi la pagano sopratutto loro. I soliti. Recessione globale e cambiamento climatico condannano alla dipendenza da aiuti umanitari venti milioni di persone nel Corno d’Africa. L’anno scorso erano 14 milioni.
Una miscela che diventa esplosiva in Kenya, Somalia, Eritrea ed Etiopia, se si considera che quest’anno, come conseguenza della crisi economica, sono diminuiti i finanziamenti al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam), versati dai governi su base volontaria.
La situazione è particolarmente grave in Kenya e Somalia.
In Kenya, dove la siccità registrata nel 2009 è la più grave dell’ultimo decennio, sono morte decine di migliaia di capi di bestiame per mancanza d’acqua e cibo. La zona di Garissa, a nord-est del paese è tra le più colpite.
Gli adattamenti degli usi e costumi alla situazione, parlano da soli. Al posto delle vacche, si sta ad esmpio diffondendo in alcune zone l’uso dei cammelli come animali da pascolo, più adatti alla vita nelle aree desertiche. Ma solo fino a pochi anni fa a Garissa invece della terra sabbiosa c’erano i pascoli. Questa crisi, che colpisce quattro milioni di kenyoti, sta generando dispute per acqua e terra che hanno provocato solo a settembre decine di morti e feriti. Persino gli animali protetti restano preda di questa situazione. A Samburu, a nord del Kenya questo mese sono morti 24 elefanti. In parte di stenti, in parte uccisi per mangiarne la carne.
In Somalia, oltre alla siccità nelle aree rurali, la dipendenza dagli aiuti alimentari è esasperata dal riacuirsi del conflitto interno in corso, sommato ai precedenti due decenni di instabilità. Il che genera un’enorme numero di sfollati interni e rifigiati oltreconfine (chi riesce a fuggire dalla Somalia finisce con ogni probabilità profugo in Kenya).
La decisione degli Stati Uniti di imporre sanzioni al paese per la presenza del gruppo legato ad al-Qaeda al-Shebab al-Islamia, che controlla parte del territorio, ha un impatto grave sulla situazione degli aiuti agli sfollati somali.
Secondo l’Unità di Analisi della Fao sulla Sicurezza Alimentare e l’Alimentazione, la Somalia sta affrontando la peggiore crisi umanitaria degli ultimi 18 anni, con circa metà della popolazione (3,6 milioni di persone) dipendente dall’assistenza alimentare d’emergenza.
E meno male che in Africa dell’Est i prezzi di generi alimentari come il mais, con cui si sfamano milioni di persone nell’intera regione, quest’anno sono progressivamente diminuiti. Il problema è che restano comunque più alti rispetto a due anni fa. A giugno di quest’anno il prezzo del mais era quasi il doppio che nel 2007.
In questo quadro, gli effetti di El Niño, che porta abbondanti piogge verso fine anno, potrebbero paradossalmente peggiorare la situazione, causando alluvioni, ulteriore decimazione del bestiame, distruzione di infrastrutture.
Secondo il giornalista britannico specializzato in tematiche ambientali John Vidal in alcune zone del Corno d’Africa stanno comparendo i primi rifuguati mondiali del “climate change”. Come la tribù tradizionalmente nomade (migravano per centinaia di chilometri) dei Borana, ora stanziale nel villaggio di Yabelo a causa del prosciugamento delle risorse d’acqua della zona di Moyale al confine tra Etiopia e Kenya. Niente acqua, niente vita. E qui torniamo alla necessità della distrubuzione degli aiuti alimentari, che a fronte di una maggiore necessità, sono diminuiti.
Al telefono dalla sede del Pam a Roma, la portavoce Natasha Scripture ha fornito ieri a Liberazione alcuni dati che mostrano la contrazione del livello di aiuti per l’Africa tra il 2009 e il 2008. A settembre 2009, ad esempio, gli Usa hanno donato per operazioni del Pam 1,14 miliardi di dollari. L’anno precedente hanno donato 2,1 miliardi di dollari, quasi il doppio.
Comuque meglio di Italia e Regno Unito. Il governo Britannico ha contribuito a settembre di quest’anno con 69,7 milioni di dollari contro i 169 milioni del 2008. L’Italia, a settembre, ha versato 25 milioni di dollari contro i 101 dell’anno scorso. Ma, dice fiduciosa Scripture, magari entro fine anno arriverano altri aiuti. Magari per di Natale, quando siamo tutti più buoni e in tanti, per esempio in Italia, si regalano un bel viaggio con destinazione villaggio-vacanza a Malindi. Uno dei pochi posti in Kenya dove non si vede la carestia.
Francesca Marretta
Liberazione 26/09/2009
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





