Compra, mangia e butta. Se l’Occidente diventa la fabbrica dello spreco
Se vi sta a cuore chi nel mondo mangia una volta al giorno e fa la fame, buttate meno cibo nel vostro sacchetto della spazzatura. La relazione tra il pane ancora buono da mangiare, ma non abbastanza fresco da essere consumato appena un giorno dopo averlo acquistato, a Roma come a New York, e un miliardo tra africani e asiatici che non mangiano abbastanza, non è diretta o semplice da definire. Ma secondo inchieste realizzate in Gran Bretagna, è certamente reale.
Secondo l’Ong britannica “Food ethics council”, se si eliminassero gli sprechi di cibo che quotidianamente si verificano nei soli Stati Uniti e Gran Bretagna, si salverebbero dalla fame oltre un miliardo di persone. Perchè per produrre la baguette che ammuffirà soffocata nel sacchetto dei rifiuti e milioni di altre baguette che gettiamo via, si riduce l’offerta globale del grano usato per produrla, che di conseguenza aumenta di prezzo. Gli alimenti perfettamente buoni da mangiare che finiscono ogni anno nella “munnezza” sono milioni e milioni di tonnellate. Ma chi ne paga lo scotto non sono coloro che possono comprare due o anche tre pezzi di pane al giorno e pure le brioches e permettersi di non consumarle, ma chi con un chilo di farina sfama la famiglia per una settimana.
Tristram Stuart autore del libro-denuncia: “Waste-Uncovering the global food scandal”, è certo del fatto che lo spreco alimentare dei paesi ricchi equivale a «togliere di bocca il pane a chi è povero».
Per il semplice motivo che «in un sistema alimentare globalizzato compriamo tutti il cibo sullo stesso mercato internazionale», spiega Stuart, che sull’argomento nonstante i suoi 32 anni vanta già un’esprerienza ultradecennale.
Il giovane autore laureato a Cambridge, che è un militante freegan, ovvero mangia quello che gli altri buttano via, ha cominciato a prendere coscienza dello spreco alimentare nella nostra società all’età di 15 anni. All’epoca, per far lievitare la sua paghetta settimanale pensò bene di risparmiare i soldi che spendeva per i mangimi con cui sfamava la scrofa che aveva il compito di accudire, Gudrun, con scarti raccolti alla mensa scolastica o dai negozi. In questo modo, l’allora adolescente Tristram risparmiò un bel po’ di soldini, ma sopratutto si pose per la prima volta il problema di tutto quel cibo buono da mangiare buttato via. Tristram si rese conto che gli scarti che dava a Gudrun erano spesso anche meglio di quello che suo padre portava a casa nei sacchetti della spesa.
Ma la vera svolta che ha portato Tristram Stuart ad abbracciare la filsofia Freegan, fu l’incontro col senza-tetto Spider, che lo iniziò allo shopping gratuito nell’ipermercato dello spreco: le aree di stoccaggio degli scarti delle grandi catene di supermercati. Chili e chili di pasti pronti da mangiare, frutta, verdura, pane, carne e chi più ne ha, più ne metta. Perchè nei supermercati le politiche manageriali impongono che gli scaffali non siamo mai vuoti, altrimenti risultano poco attraenti. Pianificare il riciclaggio dei prodotti richiede troppo tempo ed energia. Più facile buttare e ristoccare lo scaffale con le marmellate, le margarine e i vasetti di yogurth allineati per bene.
In un passo del volume “Waste-Uncovering the global food scandal”, Stuart scrive: «Di recente ho fatto un sopralluogo nei bidoni della spazzatura di una filiale del supermercato Waitrose ed ho trovato quanto segue: 28 chili di cibi precotti di alta qualità (compresi lasagne, linguine ai gamberi, pollo ai funghi porcini), 16 cornish pasties (una sorta focacce ripiene, ndr.), 83 youguth, mousse al cioccolato e altri dolci, 18 pezzi di pane, 23 panini, una torta al cioccolato, cinque insalate di pasta, sei meloni, 223 pezzi di frutta e verdura tra cui pesche, arance, papaya, banane biologiche, carote biologiche, porri biologici, avocado, funghi, sei sacchetti di patate, un sacchetto di cipolle, due piantine di aromi, un’intero cartone con dentro singole confezioni di margarina, un cartone di confezioni di latte, mazzi di fiori e un’orchidea. A parte i fiori, ciascuno di questi prodotti era buono da mangiare».
Proviamo ora a moltiplicare il contenuto del bidone per quelli di tutte le filiali di Waitrose per ogni giorno dell’anno (sono aperti sette giorni su sette). Poi moltiplichiamo la cifra per ogni altra catena di supermercati nel solo Regno Unito. Infine facciamo gli stessi calcoli per l’Italia, la Francia la Germania, gli Stati Uniti, ed altri paesi. È una follia. Sopratutto se consideriamo che in tempi di “credit crunch”, il costo dello spreco di generi alimentari nel Regno Unito è di dieci miliardi di sterline. Non solo. La produzione, il trasporto e lo stoccaggio di questo stesso cibo contribuiscono per il 5% alle emissioni a effetto-serra del paese. Il problema sollevato da Tristam Stuart nel suo libro che si conclude con un elenco di consigli pratici da seguire per non contribuire a questo scandalo: ad esempio non cedere al richiamo del “tre per due”, rimanda in ultima istanza all’ecoinsostenibilità del nostro sistema produttivo.
Per produrre un salame in Europa vengono distrutti intere regioni di foresta amazzonica allo scopo di coltivare la soya usata nei mangini per gli animali. Animali poi macellati e messi in vendita sotto forma di insaccati o costolette, che in molti casi saranno buttati via intorno alla data di scadenza. Tra i paesi ricchi responsabili per questo assurdo spreco solo pochi fanno eccezione, come Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che Stuart cita nel libro come «isole della speranza».
I governi di queste nazioni hanno reso obbligatoria per le aziende alimentari una riduzione del 66% degli sprechi. Un mese fa il ministero per l’Ambiente britannico ha lanciato la campagna “guerra allo spreco”, che “invita” i produttori a rivedere le date di scadenza dei prodotti e a scoraggiare il “tre per due”. È pur sempre un inizio. Ma cosa aspettano i governi europei a fare come quello giapponese e costringere i supermercati a farla finita con quello spreco, che, come spiega Stuart «toglie di bocca il pane» ai poveri del mondo?
Francesca Marretta da Londra
Liberazione
22/09/2009
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





