Vivisezione all’università? Rifiutarsi è un diritto

La vivisezione in Italia non avviene solo nei laboratori delle industrie farmaceutiche o negli istituti di ricerca privati e pubblici. Esiste ancora nel nostro Paese un rilevante fenomeno di sperimentazione animale didattica: stabulari con cavie, topi e conigli, ma anche cani, gatti e suini si trovano all’interno degli edifici di molte facoltà scientifiche degli atenei italiani. Molti studenti si trovano ad assistere a dimostrazioni didattiche con animali vivi e morti, mostrate come le uniche possibili, ignorando quasi sempre il progresso di metodi alternativi in materia. Ma cosa ben più grave, molti studenti italiani ignorano che la legge permette loro di decidere se partecipare o assistere a queste dimostrazioni o invece firmare un’obiezione di coscienza che costringe il professore a impostare la didattica con metodi alternativi alla sperimentazione animale. Basterebbe quindi che un solo studente facesse questa scelta per rendere l’utilizzo di metodiche senza animali obbligatorio per quel corso.

L’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale è garantita da una legge del nostro ordinamento che è unica al mondo: la 413 del 1993 infatti non solo riconosce a studenti, ricercatori e personale tecnico e sanitario il diritto a obiettare e a non essere discriminati per questo, ma prevede un preciso obbligo per le segreterie di dare massima pubblicità a questa opzione, di esporre il testo normativo nelle bacheche delle facoltà e soprattutto di fornire l’apposito modulo per l’obiezione al momento dell’iscrizione al corso di studi.

Eppure la quasi totalità degli atenei italiani non rispetta le legge: uno studente che si trovi a richiedere informazioni per esercitare il proprio diritto in una qualsiasi università romana, che sia la Cattolica del Sacro Cuore (dove ha sede uno dei più prestigiosi istituti di bioetica, che proprio di questo genere di diritti dovrebbe occuparsi), Tor Vergata, La Sapienza o il Campus Biomedico si vedrà palleggiato da un ufficio all’altro, da una segreteria all’altra, con dipendenti che sgranano gli occhi, affermando di non aver mai sentito parlare di questa possibilità. Lo stesso avviene nelle altre città: nelle segreterie delle facoltà scientifiche di Torino, Milano, Trieste, Chieti e Pescara, nessuno sa dare informazioni. Due eccezioni: la facoltà di Perugia, denunciata penalmente dalla sede locale della Lav nel 2005 per omissione di atti d’ufficio (dopo 11 anni di inadempienza),che ora ha il testo della legge ben visibile nell’home page delle facoltà interessate, e Roma Tre.

Nella questione potrebbe presto entrare il Comitato nazionale di bioetica: da due anni un gruppo di studio interno al Comitato sta infatti svolgendo una ricerca tra gli atenei per verificare lo stato di applicazione della legge 413, che potrebbe portare nelle prossime settimane all’espressione di un Parere da parte dell’organo istituzionale. Secondo la coordinatrice della ricerca, Luisella Battaglia, docente di bioetica dell’università di Genova, l’inadempienza agli obblighi previsti dalla legge è molto diffusa e questo rappresenta un problema grave: «Si pone innanzitutto la questione di tutelare gli obiettori di coscienza. Non si capisce infatti perché tra tutte le possibili obiezioni per motivi etici previste dalle legislazione italiana, ovvero quella non più utile al servizio di leva, all’interruzione di gravidanza e alla sperimentazione animale, solo su quest’ultima non esista un’adeguata informazione e di fatto la legge non venga rispettata. E’ difficile credere che in questo clima quelli che vogliano avvalersene possano effettivamente non essere discriminati».

E se la legge 413 indica espressamente che vengano attivati corsi che, pur perseguendo la stessa finalità didattica e scientifica non implichino l’uso degli animali, chi disattenda questa indicazione, secondo Luisella Battaglia, ha una responsabilità anche rispetto al progresso scientifico, “non esistono ancora in Italia cattedre sui metodi di ricerca alternativi nonostante la loro incentivazione sia non solo etica, ma sollecitata dalla normativa italiana e indicata come necessaria anche dalla Comunità europea che ha da tempo abbracciato l’impostazione delle 3 “R” ( reduction , riduzione del numero degli animali, refinement , riduzione dei livelli di sofferenza, replacement , sostituzione) in vista del superamento della sperimentazione animale».

Inoltre, come spiega Marco Mamone Capria della Fondazione Hans Ruesch, se le leggi fossero rispettate perlomeno la vivisezione didattica sarebbe superata: la 413/93 prevede infatti che si attivino corsi senza sperimentazione animale, mentre un’altra legge, la 116/92 impone che si faccia sperimentazione animale solo quando non esistano alternative. Ma se la 413 ritiene che si possano superare tutti gli esami senza vivisezione allora le alternative ci sono e dovrebbero essere perciò le uniche praticate.

L’ostacolo a che questo accada è solo crudele consuetudine: che oggi un atto di responsabilità da parte degli studenti può spazzare via.

Leonora Pigliucci

Liberazione animale 01/10/2009

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute