
Roma, ore tredici e diciassette. Il caldo è torrido, sui muri spiccano cartelli di tutti i tipi, dalle pubblicità ai manifesti politici di tutti gli schieramenti.
La Roma di Alemanno è diversa, me ne accorgo ogni giorno che passa, ma oggi, a quell’ora, appunto, ho avuto la conferma che qualcosa sta cambiando nella sensibilità collettiva.
Due donne rom di mezza età con un passeggino provano a salire sull’autobus ATAC numero 3869. Mentre tentano di farlo, il conducente spegne il mezzo, esce dalla sua postazione, e urla loro improperi, sbraitando che “Questo non è posto dove buttare la monnezza”, indicando un sacco nero in cui non si capiva proprio cosa c’era [quindi immaginandone solo il contenuto].
Chiedo al gentilissimo conducente il suo nome: mi guarda interdetto, lui suda come un maiale incollerito, io gli sorrido gentilmente. “S. me chiamo, perché?”. Annuisco e me ne vado.
Raggiungo le due donne rimaste a piedi e mi scuso per l’ignoranza del signore. Mi raccontano che sono stanche, che è da tanto che stanno camminando, e che avrebbero voluto poter prendere l’autobus per arrivare prima al loro campo. Mi dicono anche che ultimamente lo fanno in continuazione, di non farle salire, che ormai sanno “come vanno le cose”. Non voglio approfondire la loro affermazione perché purtroppo capisco dai loro sguardi a cosa si riferiscono.
Per chi non lo sapesse, dall’ultima campagna elettorale che ha portato Alemanno al Campidoglio, il problema di Roma sono gli zingari e i centri sociali [non la Chiesa che non paga l’ICI, forse; non i mezzi pubblici che non funzionano, oppure i tagli sempre più ingenti a tutto ciò che abbia a che fare con la cultura, no, sono i rom e le zecche.].
Con Alemanno, a Roma, il popolino ha avuto la possibilità di dare sfogo alle sue più profonde frustrazioni sulle minoranze sociali ed etniche. Quello che ho visto io oggi ne è la testimonianza, e lo è ancor di più il fatto che gli anziani che c’erano sull’autobus tifavano per il conducente razzista.
Arrivata a casa, chiamo il numero dell’ATAC, e spiego l’accaduto. La giovane donna dall’altra parte della cornetta capisce chiaramente cosa è accaduto e mi spiega con disappunto che purtroppo secondo il regolamento ATAC non si può salire a bordo di un mezzo col passeggino aperto: il bambino (o il contenuto del sacco, come in questo caso) va preso in braccio.
Se così è io non posso “accusare” il conducente di nessuna discriminazione.Sono due i punti di questa vicenda, però, che mi lasciano un po’ perplessa.
Primo, non sono riuscita ad accedere a questo presunto regolamento ATAC sui passeggini, ma confido sulla conoscenza della telefonista. Analizzo poi una lettera sul messaggero nella quale viene praticamente posta in discussione una situazione molto simile.
Sembra quindi che i conducenti si divertano ad usare il regolamento a loro piacimento: se mi dai fastidio perché sei negro o rom o frocio posso sbatterti fuori, perché c’è una regola. Se sei italiana/o e in linea con le mie convinzioni puoi fare quello che ti pare.
Secondo: la regola stessa mi lascia molto perplessa. Salire su un autobus talvolta è un po’ come stare in nave quando il mare è mosso, tenere in braccio il proprio bambino o la propria bambina non è molto comodo. Perché dunque bisogna rendere difficile la vita delle mamme o di chiunque porti con sé un passeggino?
Se ho con me un passeggino evidentemente c’è qualcosa che pesa troppo affinchè io lo possa trasportare da sola con il mio corpo, è un supporto che mi serve fuori e ancora di più dentro l’autobus. Secondo la regola, invece, ti devi fare carico del peso: invece che aiutare le madri che prendono l’autobus [che inquinano di meno e via dicendo], l’ATAC cosa fa? Dice loro di economizzare lo spazio.
La natura di questa regola è evidentemente idiota, e chi l’ha partorita ha pensato solamente a risparmiare spazio per recuperare più soldi in tickets. Non si pensa a far stare comode le persone, soprattutto quelle in difficoltà, come le madri per esempio. Si pensa solo al guadagno.
Una regola come questa può essere usata in modo discriminatorio. Come fosse una spia d’allarme per comprendere quanto e come il razzismo si stia diffondendo nelle nostre città mentre noi siamo sommersi dai programmi tivvu’ che divulgano pericolose parole dei parlamentari, concetti legati alle loro leggi sull’immigrazione, pareri sugli immigrati ed extra comunitari che non hanno nulla [ma proprio nulla] a che vedere con la realtà.
Nota: l’apartheid ha sempre avuto a che fare con i bus. Nell’ultimo anno le proposte di separazione delle “razze” nei mezzi pubblici hanno riguardato città come Milano e altri centri del nord. A sud c’è stato il caso di Foggia con autobus predisposto solo per gente nera. Il 17 ottobre a roma: manifestazione nazionale antirazzista.
di iO nOn pOrtO il reggisenO
26/972009
http://femminismo-a-sud.noblogs.org
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





