Campania, sanità nel caos tagli al lavoro e sprechi

 

In Campania, ormai da anni, le casse del Sistema Sanitario Regionale versano in una condizione di disastro finanziario tale, da configurare non solo rischi occupazionali di elevata entità, ma da comportare – ed è senz’altro l’aspetto più grave del problema – la negazione del diritto all’assistenza ed alla tutela della propria salute per i cittadini, i quali si vedono costretti a pagare, nella maggior parte dei casi, privatamente e per intero, le prestazioni sanitarie: dalla riabilitazione motoria alla semplice fisioterapia, dalle analisi cliniche di laboratorio alle indagini strumentali di radiologia.

Come ci ha detto Mario Zazzaro, membro del direttivo provinciale Cgil funzione pubblica Napoli: «È l’intero settore sanitario a vacillare, con il rischio di implodere, anche se il ramo che, in questo momento, più facilmente rischia di spezzarsi è quello della sanità privata convenzionata. In questo campo, gli operatori impiegati sono circa 25.000 e molti di loro -fisioterapisti, logopedisti, neuro psicomotricisti, infermieri, psicologi, OSS, educatori, assistenti sociali – o aspettano la carità di uno stipendio o sono in cassa integrazione e senza certezza di futuro. Ma le politiche del Lavoro non possono risolversi, soprattutto in sanità, con la cassa integrazione in deroga».

Negli ultimi mesi, scioperi, manifestazioni ed attività di sensibilizzazione della cittadinanza a poco sono serviti se non alla solidarietà. D’altro canto, va detto che anche gli assistiti sono costretti a vedersi limitate le prestazioni terapeutiche, e non certo per le attività dei lavoratori, ma per le politiche sanitarie che da anni sono rivolte solo ai tagli. «La riabilitazione in Campania è al 95% convenzionata – continua Zazzaro – e ha creato solo oligopoli. Un esempio su tutti? Il gruppo Petrone, che gestisce circa otto centri di riabilitazione, oltre alle farmacie. Si tratta di una vera e propria struttura tentacolare, capace di creare organismi paralleli addirittura nell’ambito della Formazione Continua in Medicina, e società di consulenza finanziaria e commerciale operanti nel settore farmaceutico e sanitario. Ma il gruppo Petrone non è il solo e, accanto ad esso, va citato almeno il gruppo Serapide, che conta circa sei centri».

Insomma, la sanità privata in Campania, soprattutto nel settore della riabilitazione, è diventata un vero business, visto che, tra l’altro, non c’è neanche un reale rischio di impresa. Per la prima volta, quindi, si assiste a centinaia di richieste di cig (cassa integrazione guadagni) in deroga per il settore, che però risultano essere richieste fittizie poiché non esiste una reale crisi di produzione, ma solo una crisi legata allo sforamento prematuro dei tetti di spesa – sui quali non è mai stato esercitato un controllo – ed alle mancate rimesse economiche da parte della Regione Campania.

«Insomma – dice ancora Zazzaro – questi “prenditori della sanità” non solo incasseranno le fatturazioni annuali presentate, ma avranno anche degli sgravi di spesa del personale, pagati grazie alla cig.Un vero scandalo!».

Ma l’aspetto forse più grave del dissesto economico che pesa sulla sanità campana, sta nel fatto che una fuoriuscita dalle dinamiche della crisi la si è trovata grazie alla sottoscrizione di contratti, firmati anche da Confedia e Confsal con l’Assessorato al Lavoro della Regione Campania, che ricalcano la proposta Marchionne per l’estensione del prototipo Pomigliano. «Si tratta di contratti per la gestione dei momenti di crisi, come previsto dal Ccnl Aspat», spiega Zazzaro. E continua: «Il lavoratore, in pratica, subendo il ricatto padronale del licenziamento, pur di conservare un minimo di reddito deve svendere la propria dignità personale e professionale in favore del capitale aziendale. È pur vero che la Regione Campania si è dichiarata disponibile a far applicare, nelle aziende accreditate, il Ccnl Aiop, ma è altrettanto vero che, nelle piccole realtà, il contratto Aspat ha già trovato applicazione, come per il Centro Juventus».

Insomma, ciò che fa più rabbia, in questa situazione, è che non esistono certezze per l’avvenire delle strutture e di conseguenza dei posti di lavoro. Fisioterapisti, logopedisti, neuro psicomotricisti, infermieri, psicologi, educatori, assistenti sociali, aspettano la carità di uno stipendio mentre non sanno che futuro li attende. «Si tratta di lavoratrici e lavoratori prostrati, allo stremo e senza più dignità, di fronte ad interlocutori, come Regione Campania e datori di lavoro, che continuano ad assumere atteggiamenti arroganti, ma si mostrano incapaci di trovare soluzioni» dice Antonio D’Alessandro, segretario provinciale Prc Napoli: «Noi dunque, come Prc, chiediamo – sostiene ancora D’Alessandro – che la Regione Campania, invece di continuare a sprecare denaro, si doti di un piano sanitario serio, capace innanzi tutto di garantire la piena efficienza del servizio pubblico ai cittadini; poi, lì dove ce ne fosse bisogno, ben venga anche la sanità convenzionata, ma che sia ben integrata con il pubblico. Ciò vuol dire, in poche parole, che il comparto del privato -convenzionato non deve servire a qualcuno – vedi Petrone, Serapide e altri – per fare affari ed arricchirsi sulla pelle dei cittadini, ma deve offrire un reale servizio sanitario, complementare al servizio pubblico. Inoltre, chiediamo che i lavoratori del settore vengano, una volta per tutte, equiparati a quelli della sanità pubblica. Solo così potranno evitarsi, per il futuro, ulteriori sprechi, licenziamenti o richieste di cassa integrazione fittizia».

 

Vincenzo Morvillo 

31/12/2011

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute » Vai al post originale