Italia e Slovenia divise da un rigassificatore

Slovenia e Italia sono nuovamente divise, questa volta dal progetto di costruzione di un rigassificatore a Trieste. Il caso promette di non esaurirsi a breve, fra vertici intergovernativi rinviati per dispetto e presunti baratti sottobanco.

In estrema sintesi, un rigassificatore è un impianto industriale finalizzato a trasformare il gas naturale [Gn] dallo stato liquido, più conveniente per il trasporto per mare, a quello gassoso, necessario per il consumo finale. Quello del gas naturale liquefatto [Lng] è uno dei business più promettenti nel settore energetico mondiale, perché rendere il mercato del gas naturale [finora organizzato per macroregioni geografiche] simile a quello del petrolio, cioè globale.

Dei progetti presentati finora, l’unico ad aver ottenuto il via libera definitivo da parte delle autorità italiane è quello di Gas Natural, colosso energetico spagnolo. Il piano iberico, a dire il vero, sembra concepito per ribadire una volta per tutte, alla luce del sole, quale sia l’importanza della legge di fronte a grossi interessi economici.

Il progetto prevede la costruzione di un impianto nel cuore della zona industriale triestina, fra la ferriera e l’inceneritore. Non proprio la più felice delle collocazioni, se consideriamo che la Legge Seveso II, promulgata per recepire una direttiva comunitaria, proibisce l’avvio di più attività pericolose nella stessa area. Se i due serbatoi da 150 mila metri cubi dovessero saltare per aria, potrebbero causare più vittime dell’esplosione della vicina centrale nucleare di Krsko. E dal momento che il sito previsto per il rigassificatore si trova a pochi chilometri in linea d’aria dal territorio sloveno, la questione assume un’evidente rilevanza internazionale. Lo stesso discorso vale per l’inquinamento prodotto, che finirebbe non solo per compromettere la salubrità dell’ambiente, ma anche per avere pesanti ripercussioni su alcune attività economiche, pesca e turismo in testa.

Insomma, un disastro. O quantomeno un pasticcio, sul piano diplomatico innanzitutto. La Commissione interministeriale slovena ha accusato il governo italiano non solo di non aver tenuto in considerazione le obiezioni di Lubiana, ma persino di non aver fornito alla controparte svolena tutta la documentazione necessaria. Il che, per inciso, finirebbe per violare un accordo bilaterale siglato giusto un anno fa, in cui entrambe le parti si erano impegnate a valutare congiuntamente l’impatto ambientale dei progetti più rischiosi. Se la situazione non dovesse cambiare, ha concluso la Commissione, il Governo di Lubiana farebbe bene denunciare l’Italia alla Corte di Giustizia europea. Apriti cielo: Roma non pare disposta a cedere, e il buon ministro degli esteri Franco Frattini, giusto per dirne una, ha disposto il rinvio del vertice italo-sloveno previsto in origine per il 9 settembre.

La linea di difesa italiana appare piuttosto fragile: di fatto, si sostiene, ogni stato ha il pieno diritto di elaborare una propria politica energetica senza subire limitazioni da paesi terzi. «Come può la Slovenia influenzare in questo modo in fatti che attengono alle scelte strategiche nazionali sull’energia? La posizione puramente pregiudiziale di Lubiana comincia a diventare irritante. E’questo il regime di dialogo fra due paesi civili?» s’interroga furibondo Roberto Menia [Pdl], triestinissimo sottosegretario all’Ambiente, spalleggiato dal sindaco e da buona parte del mondo politico locale.

E però, forse, la situazione richiederebbe un po’più di cautela. Ben pochi giuristi internazionali dubitano della natura illecita dell’inquinamento transfrontaliero. E anche chi lo fa, come Benedetto Conforti, non può esimersi dal ricordare una sentenza del 1941 del Tribunale Arbitrale fra Stati Uniti e Canada: «Secondo i principi di diritto internazionale […] nessuno Stato ha il diritto di usare o permettere che si usi il proprio territorio in modo tale da provocare danni, a causa di immissioni di fumi, al territorio di un altro Stato o alle persone e ai beni che vi si trovino…». Settant’anni fa, cinquanta prima della Dichiarazione della Conferenza di Rio sull’Ambiente 1992. Aggiungiamoci poi un caso più vicino a noi sia nel tempo che nello spazio: nel 2007, a Gorizia [50 chilometri da Trieste], si era fatto un gran parlare del «caso Livarna», una fonderia slovena accusata d’inquinare il territorio italiano. All’epoca, curiosamente, ben pochi politici nostrani avevano messo in discussione l’illegalità del comportamento sloveno.

E così siamo ormai allo stallo, a rinfocolare tensioni per una centrale tanto nociva quanto anacronistica. Se una parte consistente della popolazione sembra opporsi alla realizzazione dell’impianto, non manca chi, sui blog, chiede l’invio dell’esercito per tutelare il supremo interesse nazionale. Altri, ben più pragmaticamente, cercano di immaginare cosa chiederà Lubiana per avallare il progetto italiano. Sono aperte le scommesse.

 

Andrea Luchetta

[9 Settembre 2009]

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute