Paradisi banchieri e affari
Un’analisi dei meccanismi truffaldini [ma legali] usati dalle banche e dai paradisi fiscali per fare una valanga alla faccia del fisco. E in appendice un documento: gli stipendi dei manager bancari più pagati
Periodicamente, ogni cinque o dieci anni, si tenta o si finge di scatenare una guerra nei confronti dei Paradisi fiscali, stilando burocraticamente liste nere dei paesi non collaborativi con l’Ocse, e liste bianche dei paesi che preannunciano possibili adeguamenti nella gestione del denaro anonimo. Questa volta l’attacco ai forzieri offshore è stato sferrato da Nicolas Sarhozy e Angela Merkel assieme a Josè Emanuel Barroso, presidente della Commissione. Nel mirino vi sono trilioni di dollari: una montagna d’oro proveniente da narcotraffici, dittatori e migliaia di semplici evasori, che hanno trovato riparo in Svizzera [29 per cento] a Jersey e Man [23 per cento] o in Lussemburgo. Questi soldi sono stati in gran parte investiti in floride industrie. Da notare che il reddito procapite di Jersey e Man, isolette situate rispettivamente nel Canale della Manica e nel Mar d’Irlanda, è il doppio di quello degli inglesi.
Tutto è nato quando, un mese fa, Ubs, la più grande agenzia finanziaria del mondo, ha girato al Tesoro degli Stati uniti i nomi di 300 cittadini statunitensi che avevano occultato i loro miliardi di dollari in un conto svizzero. In questo modo è stato evitato un processo criminale a New York. Come in altre recenti occasioni, la Svizzera e altri paradisi fiscali, esclusi dalla «lista nera», hanno promesso di allentare il segreto bancario, oggetto degli attacchi dei paesi europei. Ma non si sa con quale esito, poiché le gattopardesche misure promesse alla fine potranno risultare quasi inutili.
Attualmente infatti la Federazione elvetica e altri paesi proprietari degli opachi forzieri, i cosiddetti paradisi «buoni», si sono dichiarati disponibili a collaborare con i paesi dell’Ocse soltanto in caso di frode fiscale.
L’evasione fiscale, considerata soltanto un reato amministrativo, trova invece una forte resistenza. Quanto al segreto bancario, strumento che attira i più grandi capitali, è talmente protetto che se qualcuno osa intaccarlo rischia sei mesi di carcere. Per difendersi dal pericolo della fuga di capitali, la Svizzera le sta studiando tutte, arrivando a chiedere persino il boicottaggio delle auto tedesche, quelle della nazione più attiva nel chiedere più trasparenza. Mentre il ministro delle Finanze di Berlino ha ricevuto una valanga di lettere anonime con minacce e insulti.
La Svizzera d’altra parte ha già fatto presente che l’addio al segreto bancario potrebbe avere tempi lunghi. Nel frattempo il Tesoro degli Stati uniti conferma una mancanza di entrate fiscali di 100 miliardi annui, e quello di Londra di almeno 6 miliardi fuggiti in paradiso. Da sottolineare che anche i paesi in via di sviluppo hanno subito un furto di 124 miliardi di dollari, destinati ad aiuti umanitari. Si tratta di uno scippo planetario.
Soltanto la minaccia di qualche cambiamento che possa alterare la sicurezza dei forzieri, la nuova frontiera per far sparire i soldi dei big e dei banchieri si sta spostando infatti ai paesi dell’est ed asiatici. Hong Kong e Singapore incominciano ad essere i luoghi più ambiti per incanalare i torrenti di denaro anonimo. Moldavia, Repubblica Ceca, Slovacchia e anche Russia sono paesi nei quali è più comodo operare il riciclaggio di denaro sporco; mentre in Asia e nei Caraibi [ad esempio nelle trenta isolette situate attorno a St Vincent] le informazioni sulle numerose società offshore non possono per legge essere passate a nessuna autorità fiscale straniera.
In questo periodo di disastro economico mondiale e di scarsa liquidità delle banche, lo stesso Obama sta prendendo misure contro la finanza offshore, tanto che alcuni paradisi, tra cui Jersey, si aspettano dagli Stati uniti un uragano che ne scalfisca l’impenetrabilità. La domanda è se questo uragano arriverà nei territori controllati da Londra. Come è noto l’Inghilterra e soprattutto la City di Londra potrebbe infatti essere considerata la madre di tutti i «paradisi». La City regna infatti incontrastata sull’arcipelago offshore, dalle remote isole Cayman alla più vicina Man e le isole del canale, dove tra l’altro sono stati pubblicati i bandi miliardari per ospitare una ventina di nuovi casinò virtuali, che operano su Internet in completa esenzione fiscale e sotto controlli irrilevanti. Fino all’altro ieri in Gran Bretagna, con 100 sterline, si poteva fondare per telefono una società e metterla al riparo da occhi indiscreti.
Un altro problema è costituito dalle banche. In Lussemburgo ad esempio molte banche italiane [San Paolo, Comit, Unicredito, Popolare Emilia, Bnl, Banca di Roma] supportavano le centinaia di società come Pirelli, Mondatori, Merloni, Lucchini, Autogrill, Valentino, tutte situate con le loro succursali al n. 13 del Boulevard Prince Henry.
Molti paradisi, tra i quali principalmente Lussemburgo, si sono specializzati nella gestione dei patrimoni di queste società e hanno sviluppato secondo le tecniche più sofisticate [e spesso truffaldine] l’attività della gestione dei fondi di investimenti, con i famosi derivati ed altri titoli «stracciati».
Ma per rendere concreta la lotta ai paradisi fiscali sarebbe forse necessario che nel prossimo aprile il G20 prevedesse per i paesi che mantengono il segreto bancario, nonché per le banche che continuano ad avere succursali negli stessi paesi, l’applicazione di grosse sanzioni. Per non parlare delle forze Onu e delle Forze Nato [attualmente rimaste inattive e senza compiti precisi] che potrebbero autoritariamente porre i sigilli a quelle organizzazioni fuorilegge che nei paradisi fiscali favoriscono il riciclaggio e l’illegale accoglimento dell’oro rapinato dai dittatori del mondo a danno di popolazioni ridotte in miseria. E’troppo pretendere questo, in un mondo globalizzato dove l’illegalità finanziaria è la maggior causa della crisi?
Meccanismi truffaldini, Draghi permettendo
Edizioni speciali del TG e intere pagine dei quotidiani sono soliti evidenziare le storie più segrete di sportivi, attori, cantanti, imprenditori, quando costoro siano stati pizzicati dalla Finanza per evasioni fiscali di qualche milione di euro. Basterà ricordare i casi di Valentino Rossi, Ornella Muti, Leonardo Del Vecchio [patron di Luxottica]. Cifre rispettabili certo, ma certamente inferiori a quella di oltre 4 miliardi di euro. Quando i truffatori del fisco sono grandi banche, accusate di aver messo in piedi circa 4,3 miliardi di euro, lo Stato diventa distratto e reticente, e molti giornalisti smemorati e colpevoli di omissione. Lehman Brothers, Goldman Sachs e J.P. Morgan, alcune tra le principali banche d’affari mondiali, hanno frodato il fisco italiano per la somma di 4,3 miliardi di euro, l’ammontare di una mezza legge finanziaria. Ma stranamente nessuno ne ha parlato, forse per non disturbare il manovratore, ossia il governatore della Banca d’Italia Draghi implicato fino al collo nello scandalo. (cfr. La Repubblica delle Banche di Elio Lannutti/ed.Arianna).
Nessun telegiornale e nessun organo di stampa hanno fiatato [ad eccezione di un breve articolo apparso su L’Espresso che segnalava la notizia non ripresa da nessun giornale]. Ma che cosa avevano fatto le banche? Avevano architettato una colossale truffa ai danni dello Stato italiano, consumata attraverso i pacchetti azionari di investitori di ogni angolo del mondo: europei, americani, asiatici, australiani. Per riuscire a spillar denaro, sottraendolo al fisco, era stato loro sufficiente chiedere il rimborso del credito di imposta sui dividendi delle società italiane, facendo credere di averne diritto. La scoperta della truffa sui rimborsi – nome in codice «Easy Credit»- risale al 2005 quando, dopo una indagine sulle richieste di rimborso inoltrate da società inglesi, il gruppo repressioni frodi della Guardia di Finanza di Roma ha trasmesso un rapporto alla Procura di Pescara, competente per territorio. Secondo la legge il diritto al credito d’imposta sui dividendi spetta unicamente alle società e agli enti residenti in Italia. L’inchiesta è andata avanti, ma dopo anni non sembra essere giunta a qualche sentenza.
Secondo la trasmissione Report ogni banca d’affari avrebbe nel proprio organico degli organismi semiclandestini [taxtrade] per organizzare operazioni antifisco.
Anatomia di una truffa
Ecco come Primo De Nicola, giornalista dell’Espresso descrive il meccanismo delle truffe operate dalle suddette tre banche d’affari.
Gli istituti si sono fatte prestare temporaneamente – in ogni angolo del mondo – da fondi di investimento e da banche delle più svariate nazionalità, dei pacchetti azionari, in maniera che, al momento dello stacco del dividendo delle società italiane, queste azioni risultassero delle loro filiali inglesi: Lehman Brothers Europe, Goldman Sach International e J.P. Morgan SEcurities Limited, tutte e tre con sede a Londra e perciò titolate a chiedere il rimborso. Una volta incassato il dividendo e maturato il credito, tempo qualche settimana, i titoli azionari venivano restituiti ai legittimi proprietari.
Un caso tra i tanti. Il 23 marzo 2001, Banca Intesa riceve dalla Deutsche Bank di Londra l’ordine di prelevare 3 milioni di azioni Eni da un proprio conto, per girarle a quello della Lehman Brothers Unternational acceso presso la Citibank di Milano.
Il 5 maggio, puntualmente, le azioni entrano sul conto milanese della Lehman. Il 18 giugno avviene lo stacco del dividendo Eni e meno di un mese dopo, maturato il diritto al rimborso, le azioni fanno il percorso inverso rientrando sul conto londinese di Deutsche Bank. In quei giorni sono state fatte migliaia di operazioni di questo genere. Lehman Brothers International Europe, per esempio, rispetto a una giacenza media nell’intero arco del 2001 di 5 milioni e 400mila azioni Eni, nel mese di giugno vedeva il numero dei titoli petroliferi registrati sul proprio conto milanese superare i 155 milioni.
Una grande performance, ma non la sola. Anche Golman Sachs e J.P.Morgan sono state attivissime: La prima, rispetto a una giacenza media annuale di meno di 50 mila titoli Eni, sempre nel giugno 2001 arrivava a possederne 3555 milioni. La lista degli accusati potrebbe essere molto lunga, con un totale di circa 4.500 soggetti finanziari, quali Merrill Lynch, Nomura International, Citigroup Glopal Markets Limited e la svizzera Ubs.
Se un povero pensionato, costretto a fare il secondo lavoro in nero per sbarcare il lunario, è scoperto, viene subito messo alla gogna e denunciato. Se un piccolo commerciante non dà la ricevuta fiscale per un modesto importo, viene pesantemente multato e rischia anche la chiusura dell’attività commerciale. Le grandi banche d’affari, invece, se frodano il fisco per 4,3 miliardi di euro, vengono addirittura premiate, perché contigue con il governo e con il ministero dell’Economia.
Lo scandalo delle maggiori banche d’affari che hanno frodato il fisco italiano, quindi la totalità dei cittadini, per un controvalore di 4,3 miliardi di euro, come risulta dall’indagine della Procura di Pescara, è una delle grandi vergogne del governo. Mario Draghi inoltre non ha mai chiarito la genesi della gigantesca frode fiscale ai danni dello Stato per 4,3 miliardi di euro da parte di quelle stesse banche di affari che oggi vigila. Per tali fatti, in un paese normale, avrebbe come minimo dovuto rassegnare le sue irrevocabili dimissioni, se non altro per rispetto verso quei cittadini che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo.
Ipoteche per vecchi
Una curiosità da segnalare tra i comportamenti legali organizzati da moltissime banche,sono le cosiddette «ipoteche per vecchi». A persone molto anziane gli istituti bancari prospettano delle soluzioni interessanti per venire incontro ai loro bisogni di case in proprietà. Si tratta di mutui particolari [con i quali vengono acquistati gli appartamenti] in cambio dell’imposizione di una ipoteca sulla casa a favore della banca. Niente rimborsi di rate, niente spese! Solo che le rate e le spese verranno poi caricate sugli eredi, i quali si troveranno improvvisamente a pagare non solo gli interessi ma gli interessi sugli interessi [per le rate non pagate dal proprietario nel frattempo passato a miglior vita]. L’improvviso carico delle somme ingenti potrà portare in breve tempo al pignoramento e all’esproprio della casa. Pare che la pretesa degli interessi sugli interessi [anatocismo] in questi casi sia perfettamente legale
Le stock option
Secondo un documento di Bankitalia, in due anni [2005 e 2006] è stato denunciato che una decina tra le maggiori banche italiane hanno assegnato ai loro manager 400 milioni di euro, di cui 273 milioni sotto forma di stock option, il resto in azioni gratuite.
Tentiamo ora di fare un sintetico elenco dei manager bancari più pagati [elaborazione su fonte Sole 24 0re]:
Matteo Arpe, amministratore delegato di Capitalia fino al 31 maggio 2007 37.405.281 euro [di cui 31.226.105 di indennità per risoluzione rapporto di lavoro e 1.277.831 Tfr)
Gesare Geronzi, Presidente di Capitalia fino al 30 settembre 2007, 23.648.266 euro [di cui 20 milioni quale emolumento straordinario che costituisce anche premio alla carriera], vicepresidente di Mediobanca per l’esercizio chiuso al 30 giugno 2007 375.000 euro: TOTALE 24.023.266.
Giovanni Bazoli, indennità speciale di fine mandato quale presidente dell’ex Banca Intesa 10.000.000 di euro, per consigliere di amministrazione di Intesa San Paolo 1.364.000, vicepresidente Banca lombarda 37.499, e Ubi Banca 67.659: TOTALE 10.935.430
Gabriele Galatei, presidente Mediobanca fino al 2 luglio 2007 11.000.000, vicepresidente Rcs 19.000, TOTALE 11.19.000
Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit 9.427.000 (oltre ad azioni gratuite per 3,92 milioni)
Giampiero Auletta, amministratore delegato di Ubi Banca TOTALE 5.700.000
Antoine Bernheim, presidente Generali 4.835.009,consigliere Mediobanca 398.000. vice presidente di Intesa San Paolo 358.000. TOTALE 5.591.009
Ezio Paolo Reggio,amministratore delegato della Cattolica fino al 12 giugno 2007 4.893.151
Corrado Passera amministratore delegato e direttore generale Intesa San Paolo 3.522.000
Pietro Modiano , direttore generale Intesa San Paolo 3.505.000
Corrado Faissola, amministratore delegato ex Banca Lombarda e vicepresidente Ubi Banca 3.033.000
Nereo Dacci , ammin. Delegato Banco Desio 2.986.573
Aureliano Benedetti, presidente della Cassa di Risparmio di Firenze 2.633.200
Francesco Micheli,direttore generale Intesa San Paolo 2.503.000
Emilio Zanetti presidente ex Bpu e presidente Ubi Banca 2.421.000
Fabio Innocenzi,amministratore delegato Banco Popolare 2.286.000 e vicepresidente Banca Italease 45.000 totale 2.331.000
Antonio Vigni, direttore generale Banca Mps 2.325.650
Giovanni Battista Mazzucchelli, direttore generale Cattolica 2.038.794
Dieter Rampl presidente Unicrerdit 1.567.000, consigliere di amministrazione Mediobanca 342.000, Totale 1.909.000
Lino Moscatelli, direttore generale Cassa di Risparmio Firenze 1.781.768
Guido Leoni, amministratore delegato Banca popolare Emilia-Romagna 1.668.000
Giuseppe Grassano , direttore generale Banca Popolare Intra 1.630.000
Carmine Lavanda, direttore generale Capitalia 1.606.000
Romano Nobile
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





