Carcere, la quotidiana banalità del male
Antonino Patafi, migrante di ritorno è morto a 89 anni in una clinica di Roma, dove era ricoverato per gravissimi motivi di salute che avevano indotto i giudici a concedergli il differimento della pena.
E’ deceduto nella vana attesa che arrivasse l’autorizzazione a scontare quanto gli restava in Canada, dove risiede la famiglia. Non chiedeva sconti o privilegi. Voleva tornarsene nel Paese che l’aveva accolto nei lontani anni 50 dopo aver lasciato la Calabria natale.
Roberto Laviano, invece, ha cessato di vivere nella sua cella di San Vittore. A 69 anni faceva fatica a stare in piedi e più volte era stato ricoverato in ospedale. Soffriva di «scompenso circolatorio, ipertensione polmonare, stenosi carotidea bilaterale, diabete mellito-insulino dipendente, disturbi respiratori da pregressa tubercolosi, vasculopatia periferica sintomatica pregresso by-pass aortofemorale». Entrambi vecchi, malati, inoffensivi.
Nel carcere di Sollicciano, una donna 40enne madre di un minorenne, che da circa 10 mesi ha perso completamente l’uso della voce dopo un intervento alla gola per un carcinoma, è da alcuni giorni in sciopero della fame e della sete per denunciare la mancanza di un’adeguata assistenza medica.
27/09/2009
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





