ENERGIA NUCLEARE: FANTASIE E REALTÀ

Il 15 agosto 2009, con l’entrata in vigore della legge manovra n.99/2009, è ricominciata l’avventura atomica italiana. A 22 anni dai referendum che di fatto resero impossibile realizzare centrali nucleari nel nostro paese, sarà dunque nuovamente possibile farlo. E’ opinione comune che l’uscita dell’Italia dal nucleare sia stata a suo tempo determinata dall’emotività scatenata dall’incidente di Cernobyl. Di certo l’attuale rientro del nostro paese nel nucleare appare una scelta ideologica e giustificata con affermazioni fasulle.

Governo e Confindustria fanno propaganda sostenendo che il nucleare risolverà tutti i nostri problemi:

• ridurrà il costo della bolletta elettrica,

• ridurrà la dipendenza dall’estero per i combustibili fossili,

• risolverà il problema del cambiamento climatico,

• risolleverà la nostra economia scatenando, per usare le parole di Fulvio Conti, a.d. di Enel, “un rinascimento industriale”.

Ma stanno davvero così le cose?

Costi.

Ovunque si ripete in maniera ossessiva che in Italia l’energia costa cara (si dice il 30% in più che all’estero) facendo pensare al normale cittadino che la sua bolletta della luce si abbasserà grazie al ritorno al nucleare. In realtà l’energia elettrica per i consumi medio-bassi (fascia in cui rientra la maggior parte delle famiglie italiane) è sempre stata conveniente rispetto al resto d’Europa.

Anche se negli ultimi anni questo vantaggio si sta assottigliando continuiamo a spendere meno della media europea. Lo ha riaffermato a luglio il garante per l’energia e il gas nella sua razione annuale: “Si può stimare che il 60% delle famiglie italiane, con consumi annui inferiori ai 2.500 kWh, paghi per l’elettricità prezzi più bassi della media europea”.

Va poi considerato che del costo del kWh, la produzione incide per il 60%, esendo il resto composto da varie voci fra cui trasmissione, tasse, oneri vari tipo CIP6 e oneri del vecchio nucleare. Di questi ultimi continueremo per anni a pagare la dismissione delle vecchie centrali e il costo del futuro deposito per le scorie (stimato in 1,5 miliardi di euro) finirà in bolletta. Pertanto proprio a causa del nucleare il costo della bolletta non calerà: questa è una delle poche certezze per il futuro.

Dipendenza dall’estero.

Una centrale nucleare consuma combustibile prodotto a partire dall’uranio. In Italia non esistono giacimenti e neppure esistono impianti di riprocessamento. Pertanto col nucleare continueremo a dipendere dall’estero. Inoltre pochi sanno che delle circa 70 mila tonnellate di uranio consumate annualmente, solo il 28% proviene da paesi stabili come Australia, Canada e Usa. Il resto viene da Kazakhistan, Russia (avete presenti i problemi col gas nello scorso inverno?), Niger, Namibia e Uzbekistan.

Cambiamento climatico.

Il nucleare viene proposto come l’unica soluzione al problema di ridurre le emissioni di CO2. Vanno chiariti due aspetti. Innanzi tutto a chi come la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia (sul Sole 24Ore del 10 luglio), saluta il ritorno all’atomo elettrico come a una “opzione importante anche per raggiungere gli obiettivi di Kyoto”, va ricordato che il Protocollo di Kyoto stabilisce che l’Italia nel periodo 2008-2012 riduca le proprie emissioni di CO2 in atmosfera nella misura del 6,5% rispetto ai livelli riscontrati nel 1990.

La posa della prima pietra della prima centrale nucleare italiana si svolgerà, secondo gli obiettivi di Scajola, nel 2013 (quando Kyoto sarà scaduto). Pertanto, di quale Kyoto si sta parlando? Secondariamente, è falso affermare che questo tipo di centrali non produca CO2. Costruire un centrale nucleare comporta il consumo di una quantità talmente elevata di energia che occorrono anni di generazione di corrente per compensarla. Si aggiunga il fatto che l’estrazione e l’arricchimento dell’uranio sono attività complesse ed energivore. A conti fatti gli esperti valutano che ogni kWh nucleare emetta una cifra variabile dai 96 ai 134 grammi di CO2 (Oxford Research Group).

(dal sito di Unaltralombardia)

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute