«Ciascuno Stato membro è tenuto, entro il 2020, a limitare le sue emissioni di gas a effetto serra, rispetto alle emissioni del 2005, almeno della percentuale stabilita, per lo Stato membro in questione ». Per l’Italia si parla del 13 per cento, a Francia e Germania spetterà un limite pari al 14 per cento, la Danimarca dovrà effettuare un “taglio” del 20 per cento, e tutti i Paesi membri maggiormente industrializzati oscillano tra il 5 e il 10 per cento. I limiti ovviamente sono inferiori per gli Stati dell’Ue meno produttivi, e dunque meno “colpevoli” di emettere gas a effetto serra e di averlo fatto fino ad oggi. È quanto sancisce l’articolo 3 della Decisione (ciò significa che si tratta di un atto vincolante) 406/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, datata 23 aprile 2009 e concernente gli sforzi dell’Ue per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra. E Berlusconi come si è voluto nuovamente distinguere? Chiedendo all’Ue, pochi giorni fa, la possibilità di derogare o rinviare gli impegni comuni, frutto di negoziati complessi e oggetto di un compromesso finale imposto da Sarkozy lo scorso dicembre. Il testo sul quale la presidenza di turno francese pose una sorta di aut aut è infatti il traguardo conclusivo di un iter lungo e articolato: è evidente che ridurre le emissioni inquinanti comporta costi anche elevati per tutte le economie dei Paesi membri. E l’Italia aveva già provato a prendere tempo, negoziando una serie di complesse deroghe e forme transitorie del meccanismo di limitazione delle emissioni. Va detto che Sarkozy ha vinto enormi resistenze da parte soprattutto dei Paesi membri dalle economie più arretrate e, a dicembre dello scorso anno, ha in buona sostanza imposto la chiusura delle trattative su tutta una serie di normative in materia ambientale: dalle energie rinnovabili alle emissioni fino allo stoccaggio del monossido di carbonio. È stata insomma una decisione sofferta, e la Polonia, in particolare, creò molti problemi: gli Stati dell’Est europeo erano molto reticenti a pagare per gli errori e i misfatti provocati in larga parte dai Paesi europei più ricchi, nei decenni scorsi. Era ed è in gioco tutto il loro sistema produttivo, già molto fragile, con ovviamente le peculiarità delle economie di ogni Paese. Anche allora, come dicevo, il governo italiano colse l’occasione per rimandare il più possibile e diluire nel tempo, attraverso complesse deroghe, il reale taglio delle emissioni. Ciò detto, come si legge nella Decisione dello scorso aprile, per raggiungere l’obiettivo comunitario di ridurre entro il 2020 le emissioni del 30 per cento rispetto ai livelli del 1990, occorre imporsi dei sacrifici. È in gioco la sopravvivenza del nostro pianeta: non è retorica e ce ne siamo accorti troppo tardi, sicché ora sono necessarie misure drastiche, con o senza il parere favorevole e concorde di Confindustria e dei suoi omologhi europei. L’inversione di tendenza del presidente Obama, rispetto al Protocollo di Kyoto, che contiene proprio quest’accordo sulla riduzione dei gas serra, è un segnale evidente e positivo in questa direzione. Come forse saprete e com’era prevedibile, la Commissione europea, attraverso le parole della portavoce del commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, ha risposto “picche” al nostro Presidente del Consiglio. Ma l’episodio (ovviamente sminuito, rivisto e corretto dopo le polemiche dallo staff del premier) è emblematico di come si è presentato il governo italiano al G20 di Pittsburgh: in modo del tutto irresponsabile. L’Italia, ancora una volta, sulla scena internazionale si distingue per cercare, per altro senza successo, fino all’ultimo di fare “la furbetta del quartierino”. Vittorio AgnolettoGAS SERRA. DALL’UNIONE EUROPEA STOP A BERLUSCONI
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





