Matti da slegare

 

A poco più di trent’anni dalla chiusura dei manicomi i matti hanno invaso Prato. L’ex company town del tessile italiano si è trovata infatti ad ospitare il Festival della follia. Un evento unico nel suo genere, creato appositamente allo scopo di discutere di tutto quello che riguarda il mondo della malattia mentale all’interno di un contesto sociale autentico come può essere una città, allontanandosi quindi dalle aule accademiche o di ospedale, spesso troppo ovattavate per sentire quello che succede fuori.

Come ebbe a dire Albert Einstein, il cui nome campeggia sulla locandina della manifestazione «la follia è una condizione umana, in noi la follia esiste ed è presente come la ragione». Affermazione presa alla lettera dai membri delle associazione «Il Pentolone», l’organizzazione che ha ideato il festival. Così lo scorso 5 settembre, nel pomeriggio in molti si trovano sotto le mura per partecipare alla «Mattatona», la maratona «matta «non competitiva di cinque o dieci chilometri: la gara riguarda tutti, giovani e vecchi, pazzi e presunti normali. Lo sport come mezzo di reinserimento è utilizzato anche dalla polisportiva Aurora che da quindiici anni organizza un torneo di calcio fra squadre miste operatori-pazienti.

«Abbiamo iniziato», ricorda Luciano Giusti, fondatore dell’associazione e operatore da circa 30 anni, «sulla spinta dei pazienti stessi che volevano giocare a calcio. Quando poi abbiamo trovato una sede per l’associazione diverse persone erano preoccupato dal fatto che il campo era vicino a una scuola elementare. Ora sorride non in molti non sono in grado di distinguere sul campo chi è il matto e chi il sano».

Non si tratta però solamente di contaminare la città con un pizzico di follia, ma anche di fare il punto sulle possibilità reali di inserimento nel mondo del lavoro. Riuscire a trovare un impiego, infatti, è un passaggio fondamentale nella vita di un paziente. Lo spiega bene Andrea, consumatore droghe sintetiche sin dall’età di undici anni e condannato a due anni di Ospedale psichiatrico giudiziario per aver investito due persone con un auto rubata. «Io non avevo mai lavorato prima, e mi sono sentito messo alla prova sia nei confronti di me stesso sia nei confronti degli altri». Eppure i dati presentati non sono dei migliori: solo il 10 per cento dei pazienti riesce a trovare un lavoro e di questi un ulteriore 30 per cento è spinto ad andarsene e la lotta all’esclusione sociale diventa sempre più difficile. Da una parte crisi e tagli mangiano risorse come il Fondo nazionale per l’occupazione dei disabili [non ancora rifinanziato per l’anno corrente] dall’altra una legge risalente alla metà degli anni novanta prevede un rapporto troppo sbilanciato tra numero di lavoratori normo-dotati assunti per ogni disabile se rapportato a un’economia in recessione come quella italiana. Per Giorgio Cioni «una ragazza mentalmente disabile», come è sua figlia, «non può entrare in un ufficio senza che ai colleghi non sia insegnato come ad accoglierla. Capisco che ci siano grosse difficoltà con il lavoro, ma per loro è fondamentale».

Eppure, nonostante tutte le difficoltà, la strada aperta trentuno anni fa è ha portato indubbi benefici. Molti dei pregiudizi e dei metodi utilizzata per curare la malattia mentale sono caduti, come dimostra la folla che è accorsa nella sera finale di una manifestazione che parla apertamente di follia e anormalità. Rimangono ancora molti ostacoli per fare sì che, come spiegava Franco Basaglia nel 1979, «si possa affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita si faccia prevenzione».

Giorgio Ghiglione

[24 Settembre 2009]

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute